Identità visiva

L’identità e il naming della Fondazione nascono grazie all’incontro e al confronto tra Silvia Ferri, ideatrice del progetto, e l’artista Jonathan Monk. La volontà dell’artista di ancorare la struttura al momento dell’atto fondativo, il 29 marzo, si coniuga con la scelta di sottolineare il carattere di work in progress dell’attività artistico culturale, modificando di mese in mese il nome della fondazione march. Così si decostruisce il concetto di fondazione come qualcosa di statico e di rigido, confermandone la solidità strutturale e istituzionale, e facendone un meccanismo al tempo stesso mobile, orizzontale e morbido, capace di dilatarsi nello spazio e in costante divenire.

Jonathan Monk lavora insieme allo studio di graphic design signaletic di Padova che ne ha sviluppato l’idea iniziale adottando un segno – il sistema a “palette” tipico dei tabelloni degli orari nelle stazioni – caratterizzando così il logotipo stesso e tutta la futura immagine coordinata della fondazione.


Jonathan Monk (Leicester 1969; vive a Berlino)
La sua poetica può essere inscritta all’interno del filone del postconcettualismo, cui appartengono quegli artisti che portano all’estremo le tematiche in voga tra gli anni ’60 e ’70. L’opera di Monk si basa senza dubbio su riferimeni illustri, quali Marcel Duchamp e Dan Graham, ma trae sua linfa vitale dalle quisquilie tratte dalla quotidianità: giocatori di football, divi del mondo dello spettacolo e membri della sua famiglia, popolano, infatti, il suo universo senza complessi d’inferiorità.
Anche perché Monk respinge la premessa secondo cui l’arte sarebbe principalmente un’esperienza visiva e le sue sculture, i suoi dipinti umoristici, le fotografie ritoccate, i video e le installazioni, ne sono una prova materiale rivolta all’”occhio spirituale” dello spettatore, di cui si vuole stimolare l’intelligenza ben oltre la sensualità dell’artefatto. Anche la più piccola invenzione dell’artista può estendere i confini della realtà, infatti, aprendo un campo completamente nuovo di eccitanti possibilità.
Jonathan Monk ha esposto in Europa e negli Stati Uniti nelle istituzioni e biennali più prestigiose ed è rappresentato dalle più importanti gallerie internazionali.
The identity and the naming of the Foundation come from the meeting and the confrontation between Silvia Ferri, creator of the project, and the artist johnathan Monk. The Foundation will be called March, while during the year it will assume the name of the months that progress forward. With such a chosen character of work it wants itself to be a created structure at the moment of founding, but to be emphasized at the same time in progress of its artistic activities – cultural. The foundation that normally comes considered a solid and static institution, for its etimologic roots and its means to be associated to you for for the typology of existing foundation up to now, it instead comes conceived as a space of searching and experimentation, pieces of furniture, horizontal and soft.

Jonathan Monk working together with the graphic design studio signaletic of Padova has developed the idea of initially adopting a sign – the system of “palette” typical of the hour notice boards of the stations – therefore characterizing the same logotype and all the future coordinated images of the foundation.

Jonathan Monk (Leicester 1969; lives in Berlin)

In Italy, a Midcareer Artist of international reputation coming from the Sonia Rosso Galleria in Torino. His poetry can be registered in the tradition of post conceptualism, which belong to the artists that took fashionable color themes to the extremes in the 1960’s and ‘70’s. The work of Monk is based, without a doubt, on illustrious references, as Marcel Duchamp and Dan Graham, but it draws its vital lymphs from the trifles drawn from the every day: football players, deities of the show world and the members of their family, the common man, in fact, its universe without inferiority complexes. Also because Monk rejects second the premise in which art would mainly be a visual experience and its sculptures, its humoristic paintings, touched up photographs, the video and the installations, they are a revolt material test to the “spiritual eye” of the spectator, of which intelligence beyond the appeal of the artifact is wanted to be very stimulated. Also the smallest invention of the artist can extend the borders of the truth, in fact, opening an exciting and completely new field of possibility. Jonathan Monk has exhibited in Europe and in the United States in the more prestigious biennial institutions and is represented by the more important international galleries.

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